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Approcci psicologici nelle terapie psichedeliche

Emotivo vs neuromodulatore

Vorrei iniziare facendo una standing ovation alla prima vera ufficiale newsletter di SIMEPSI (che puoi trovare qui). Dire che è stato un parto è dire poco 😆 ma alla fine è giunta alla luce e ne siamo tutti molto felici! Ti invito ad iscriverti per rimanere aggiornato!

Passando all’approfondimento di oggi, questo articolo, per quanto semplice, porta numerose informazioni interessanti.

Stiamo parlando dell’annosa questione della psicoterapia nella terapia psichedelica: essere o non essere? Ancora le idee non sono per niente chiare.
Bender et al. hanno quindi chiesto a 40 professionisti che cosa ne pensavano a riguardo. Le risposte sono state piuttosto variegate, ma anche parecchio utili per capire a che punto stiamo nel (non) risolvere la faccenda. È però evidente che il modo in cui gli psichedelici verranno integrati nella pratica medica influenzerà sia la percezione pubblica che l'applicazione più ampia di questi trattamenti, e allora cosa fare?

Si sa che alcuni ricercatori suggeriscono che gli effetti neurobiologici degli psichedelici possano essere i principali responsabili dei miglioramenti osservati nei pazienti. Altri invece sostengono che una psicoterapia inadeguata durante gli studi clinici possa aver contribuito a peggiorare i risultati di sicurezza (nessun riferimento alla COMPASS Pathways e al suo “supporto psicologico”, ci mancherebbe - se vuoi approfondire l’argomento ti rimando a questa precedente newsletter).

Una parte significativa del dibattito ruota attorno alle esperienze soggettive indotte dagli psichedelici. Queste esperienze sono profondamente personali e influenzate dal contesto in cui avvengono. Di conseguenza, isolare gli effetti intrinseci delle sostanze negli studi clinici può essere difficile. Alcuni regolatori (vedi FDA) hanno sottolineato la necessità di separare gli effetti dei farmaci dal contesto terapeutico per evitare bias, ma è sempre più chiaro che l'esperienza psicologica gioca un ruolo importante negli esiti terapeutici.

Si sono quindi create due fazioni:

  • l’approccio emotivo enfatizza gli aspetti umani, emotivi e spirituali della terapia psichedelica, ritenendo che questi componenti siano fondamentali per il successo terapeutico; i sostenitori di questo approccio spesso raccomandano una psicoterapia intensiva, la creazione di un ambiente che favorisca esperienze emotivamente significative e anche l'uso del contatto fisico per migliorare la connessione durante il trattamento;

  • l'approccio neuromodulatore si concentra sugli effetti biologici del farmaco, considerando il trattamento come un intervento farmacologico piuttosto che un'esperienza modellata dalla psicoterapia; i “fornitori” (chiamiamoli così) che adottano questa prospettiva tendono a limitare l'intervento psicosociale ai minimi necessari per garantire la sicurezza dell'amministrazione del farmaco, dando meno importanza all'esperienza soggettiva come elemento terapeutico.

Secondo la ricerca di Bender et al. è stata rilevata una leggera preferenza per l'approccio emotivo.
Tuttavia, questa preferenza varia notevolmente in base alla formazione dei professionisti. Ad esempio, chi è stato formato con MAPS tende a favorire un approccio emotivo, mentre chi ha ricevuto formazione con COMPASS Pathways adotta una visione più neuromodulatrice. Scioccante 🤣 

Osservando le risposte date dai vari professionisti coinvolti, la variabilità è un fattore che risalta parecchio, tuttavia ci sono anche alcuni punti sui quali la maggior parte è in sintonia:

  • il tocco fisico può anche andare bene, ma limitiamoci a una pacca sulla spalla o ad una mano consolatoria e comprensiva, evitiamo tassativamente abbracci o coccole (questo recente pre-print parla proprio del contatto fisico);

  • l’efficacia del trattamento dipende in maniera preponderante dal rapporto di fiducia che si instaura con il terapeuta (niente a che vedere con i computer monsters);

  • statuine del Buddha, preghiere, canti religiosi… anche no, siamo pur sempre dottori;

  • “bad trip” in corso? non c’è bisogno di intervenire in emergenza con sedativi e calmanti, perché la difficoltà dell’esperienza è materiale prezioso per la guarigione;

  • proviamo il setting di gruppo, perché potrebbe avere numerosi aspetti positivi.

Mentre i trattamenti psichedelici si avvicinano alla possibilità di diventare una parte della cura psichiatrica mainstream, sarà fondamentale stabilire linee guida chiare su come somministrare questi trattamenti in modo sicuro ed efficace.
Come dimostra questo studio, ci sono ancora significativi disaccordi sulla corretta somministrazione delle terapie psichedeliche, e ulteriori ricerche e discussioni saranno essenziali per orientare il futuro della medicina psichedelica.
Per ora, è chiaro che la strada da percorrere coinvolgerà il trovare un equilibrio tra questi due approcci — emotivo e neuromodulatore — assicurandosi che l'integrazione non venga mai trascurata.

Io me ne vado in ferie per un po’ 😎 🌴 ☀️ ci rileggiamo prossimamente!

Partecipa al cambiamento

Se non l’hai già fatto, ti invito a sostenere queste due importanti iniziative di raccolta firme:

  • PsychedeliCare: un’Iniziativa dei Cittadini Europei per promuovere la ricerca e l’uso medico degli psichedelici nella salute mentale. 👉 Firma qui

  • Terapie psichedeliche per il fine vita: una petizione italiana per consentire l’uso degli psichedelici nelle cure palliative e terminali. 👉 Firma qui

Puoi approfondire queste due iniziative leggendo questa mia precedente newsletter.

Ogni firma è importante per contribuire a un futuro più compassionevole e innovativo nella salute mentale e nelle cure palliative.

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