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La ricerca psichedelica ha un problema di umanità?

Sunstone Therapies e il difficile equilibrio tra scienza, cura e complessità

Oggi ti porto un approfondimento un po’ diverso dal solito.
Psychedelic Alpha (uno dei miei personali idoli nel panorama psichedelico internazionale) ha recentemente pubblicato un’intervista fatta a Manish Agrawal e Kim Roddy, che gestiscono la Sunstone Therapies, una clinica dove si portano avanti i trial clinici con psichedelici.

Molte molte molte cose mi hanno colpito di questa conversazione, è stato un po’ come ritrovarsi di fronte ad una finestra aperta su tutto ciò che ancora non sappiamo (e forse nemmeno stiamo cercando di sapere) sulla terapia assistita da psichedelici.
Dato che l’intervista completa è disponibile solo agli iscritti di Psychedelic Alpha, ti riporterò quelli che secondo me sono state le parti più cruciali.

Uno degli aspetti più interessanti è l’approccio olistico e multidisciplinare.
Al Sunstone non ci si limita a somministrare una sostanza e valutare un punteggio su una scala, ma si accompagnano le persone in un percorso complesso, che tiene conto della loro storia, del contesto, delle relazioni. I pazienti proseguono il supporto psicologico e gli incontri anche a trial concluso. Anzi, è proprio da questo follow-up continuo che vengono fuori informazioni importantissime per migliorare la pratica clinica e la cura del paziente, perché il viaggio non finisce con l’ultima sessione, e molti dei benefici (o delle difficoltà) emergono nei mesi successivi.
È un cambio di prospettiva enorme rispetto alla rigidità di molti trial. Piccolo neo: tutti questi preziosi dati non rientrano nelle statistiche degli studi. La domanda allora è: nei trial attuali, stiamo davvero valutando l’impatto a lungo termine?

E a proposito di supporto, emerge un altro tema centrale: chi si prende cura dei terapisti? Agrawal e Roddy hanno sottolineato quanto sia essenziale che chi lavora con i pazienti in contesti psichedelici abbia un proprio spazio di supporto e supervisione. Non è solo una questione etica, ma pratica: un terapista esausto, non supportato, rischia di essere meno efficace e, nei peggiori casi, di fare danni.
Un’utopia nel sistema sanitario nazionale..

A questo si collega il tema del training dei terapisti. La terapia assistita da psichedelici non è una psicoterapia classica, e non è nemmeno solo “supporto emotivo”. È qualcosa di ibrido che richiede competenze nuove, che vanno dalla gestione dell’esperienza psichedelica in sé fino all’integrazione post-trattamento.
Ed è qui che si innesta una riflessione fondamentale: indipendentemente da come vogliamo chiamarlo, il supporto è essenziale. Quando una persona affronta traumi profondi o ricordi repressi, non basta somministrare una sostanza e monitorare l’effetto: serve qualcuno accanto, che possa offrire un sostegno adeguato. Che lo si chiami terapia, psicoterapia, supporto o altro, la questione è che i pazienti ne hanno bisogno, e la ricerca (così come la FDA) deve tenerne conto.

Questa riflessione si collega a un altro tema chiave: la dicotomia tra farmaco e terapia. Spesso si discute se sia più importante la sostanza o il percorso terapeutico, ma la realtà è che questa separazione potrebbe essere fuorviante. La vera domanda è chi dovrebbe definire il modo migliore di praticare la terapia psichedelica: le aziende farmaceutiche o i clinici e i ricercatori che lavorano sul campo? È probabile che le aziende si concentrino sugli standard minimi di sicurezza, ma il modo in cui la terapia viene erogata, il livello di supporto necessario e l’evoluzione delle pratiche dovrebbero essere determinati da chi lavora direttamente con i pazienti. E soprattutto, la ricerca deve ancora capire meglio quali livelli di supporto siano necessari per ciascun paziente: non è detto che tutti abbiano bisogno dello stesso approccio, e un modello più flessibile potrebbe essere la chiave per un trattamento efficace.

Poi c’è la questione delle sessioni di gruppo. L’idea che gli psichedelici possano essere utilizzati in un contesto collettivo, con dinamiche di condivisione, è ancora poco esplorata nella ricerca clinica. Eppure, i racconti di esperienze in gruppo parlano di un senso di connessione profonda, di un supporto reciproco che amplifica gli effetti del trattamento.
La forza del gruppo sta nella condivisione di due elementi fondamentali: l'esperienza psichedelica stessa, difficile da raccontare a chi non l'ha vissuta, e la condizione di sofferenza psicologica, che spesso isola chi ne soffre. Ritrovarsi in un ambiente sicuro e condividere queste esperienze può creare un legame profondo e rafforzare il percorso terapeutico.
Non solo: la terapia di gruppo potrebbe rispondere anche a un'altra esigenza cruciale, quella della sicurezza. Sapere che altre persone stanno affrontando la stessa esperienza, magari nella stanza accanto, può ridurre l'ansia pre-esperienza e favorire un maggiore senso di fiducia. Inoltre, il lavoro di gruppo riduce alcuni dei rischi sistemici di cui si discute sempre più spesso, come gli abusi da parte dei terapeuti: un contesto con più persone presenti rende situazioni di questo tipo molto meno probabili. Dal punto di vista economico, la terapia di gruppo potrebbe essere più sostenibile rispetto ai modelli individuali, ma questo non deve mai avvenire a discapito della qualità del supporto.

Un altro aspetto che emerge è la difficoltà di valutare l’esperienza dei pazienti. I classici metodi di misurazione dei sintomi funzionano davvero per qualcosa di così complesso come un’esperienza psichedelica? O rischiamo di perdere dettagli fondamentali?
Inoltre, si tende spesso a sottovalutare quanto possano essere difficili questi trial per i pazienti. Le visite di screening possono durare ore, con interviste, scale di valutazione, prelievi. Al termine, i partecipanti si ritrovano spesso emotivamente esposti, avendo affrontato temi dolorosi senza ricevere un supporto immediato. È un approccio poco attento al trauma, che rischia di lasciare i pazienti vulnerabili.

Un altro problema sono i "central raters", esperti indipendenti che valutano i pazienti per evitare bias. Ma questa standardizzazione ha un costo umano: i pazienti li chiamano "computer monster", perché si ritrovano a dover raccontare le loro esperienze più intime a sconosciuti con cui non hanno alcun rapporto. Non è un processo naturale, e per molti può risultare alienante.

Quello che emerge da tutto questo è che Sunstone non è solo una clinica, ma un invito a ripensare la ricerca psichedelica con più umanità e complessità. Sarà tutto vero quello che dicono o provano a fare la ruota del pavone per avere in futuro sovvenzioni da parte delle aziende farmaceutiche e del sistema sanitario?
Forse siamo ancora troppo legati a un modello di ricerca che funziona bene per i farmaci tradizionali, ma fatica a catturare la realtà della terapia psichedelica. Se ci limitiamo a misurare i risultati con gli strumenti standard, rischiamo di perdere di vista il quadro completo: la relazione terapeutica, l'integrazione nel tempo, l'importanza del supporto continuo.

Queste domande non riguardano solo il futuro della ricerca, ma anche il modo in cui verranno regolamentati questi trattamenti. La standardizzazione è necessaria, ma non può soffocare la complessità dell’esperienza umana. Forse dovremmo smettere di chiederci solo se gli psichedelici funzionano, e iniziare a chiederci come farli funzionare al meglio per ogni paziente. E per rispondere a questa domanda, servono studi più aperti, più inclusivi, più vicini alla realtà della pratica clinica.

La ricerca è ancora in una fase iniziale, e ci sono molte strade possibili. La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra rigore scientifico e umanità, tra la necessità di dati misurabili e il riconoscimento di ciò che non può essere ridotto a un numero su una scala.
La Sunstone Therapies è senza dubbio in pole position.

Ti invito a seguire il magistrale lavoro di Psychedelic Alpha, una delle principali fonti di informazioni serie ed accurate per la ricerca psichedelica internazionale (nonché mio personale idolo, l’ho già detto? 🤣 ).

Alla prossima! 😎 

Partecipa al cambiamento

Se non l’hai già fatto, ti invito a sostenere queste due importanti iniziative di raccolta firme:

  • PsychedeliCare: un’Iniziativa dei Cittadini Europei per promuovere la ricerca e l’uso medico degli psichedelici nella salute mentale. 👉 Firma qui

  • Terapie psichedeliche per il fine vita: una petizione italiana per consentire l’uso degli psichedelici nelle cure palliative e terminali. 👉 Firma qui

Puoi approfondire queste due iniziative leggendo questa mia precedente newsletter.

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