Curare lo stress per colpire il tumore

Il ruolo inatteso degli psichedelici in oncologia

Io i tumori li guardo tutti i giorni al microscopio.
Ultimamente mi tocca guardarli anche negli articoli sugli psichedelici. Fortune? 🤣 

Negli ultimi anni si sta consolidando un campo che viene chiamato neuroscienza del cancro. L’idea di fondo è semplice: lo stress psicologico non è solo una conseguenza della malattia, può diventarne un motore biologico.

Non è una questione di atteggiamento mentale o di “pensa positivo”. È una questione di circuiti nervosi e segnali chimici, con nel mezzo l’immunità.

Lo stress attiva il sistema nervoso simpatico, aumenta la segnalazione adrenergica e alimenta una cascata che favorisce la progressione tumorale, la metastasi e la resistenza ai trattamenti. In questo contesto, la depressione non è solo un carico psicologico: alcune meta-analisi suggeriscono un aumento della mortalità specifica per cancro tra il 12% e il 29%.

Ma il passaggio più interessante è un altro.

I tumori non sono entità isolate. Sempre più dati suggeriscono che possano formare connessioni funzionali con il sistema nervoso. Vere e proprie sinapsi. Il tumore non subisce passivamente l’ambiente: interagisce con esso, lo modula, lo sfrutta (avevo già accennato l’argomento in questa precedente newsletter).

Questa comunicazione crea un asse neuro-immuno-tumorale in cui la segnalazione adrenergica cronica favorisce l’immunosoppressione, riduce la risposta delle cellule T e rende il tumore più resistente anche alle immunoterapie. Nel frattempo facilita invasione, metastasi e progressione della malattia.

Tradotto: il tumore non sta lì zitto. Chiacchiera, fa networking (bene) e gioca sporco. Ed è in chat con il sistema nervoso, solo che noi non stiamo moderando la conversazione.

Si capisce quindi che cambia completamente il significato di “gestire lo stress”.
Perché se lo stress entra nella biologia del tumore, allora intervenire su quello stress non è più solo supporto psicologico. Diventa un potenziale intervento sulla malattia stessa.

In questo articolo si parla di psilocibina e ketamina, non come strumenti per far stare meglio i pazienti ma come agenti in grado di indurre una ricalibrazione neuroplastica tumorale.

Psilocibina e ketamina partono da meccanismi diversi, ma arrivano allo stesso punto: riattivano la capacità del cervello di creare nuove connessioni. E questo va esattamente nella direzione opposta rispetto allo stress cronico, che invece le impoverisce.

In altre parole, non stai semplicemente riducendo l’ansia. Stai modificando il modo in cui il sistema nervoso risponde allo stress, e quindi il tipo di segnali che arrivano al tumore.

La ketamina e la psilocibina, inoltre, hanno un altro vantaggio: la velocità. Agiscono in poche ore e questo le rende particolarmente interessanti nei momenti di stress acuto (diagnosi, interventi chirurgici, chemioterapia) che sono anche i momenti in cui lo stress sembra avere un impatto biologico più forte sulla progressione della malattia.

Molti interventi psicosociali (cioè tutto quel supporto fatto di psicoterapia, gruppi, accompagnamento emotivo) negli ultimi decenni hanno dato risultati deludenti sulla sopravvivenza. Ma forse il problema non era tanto l’idea, quanto il momento in cui venivano applicati.

Questo modello suggerisce infatti che esistano delle vere e proprie finestre critiche: fasi come la diagnosi, la chirurgia, le terapie sistemiche o il periodo subito dopo i trattamenti, in cui lo stress non è solo qualcosa che il paziente sente, ma un evento biologico ad alta intensità.

Ed è proprio lì che intervenire potrebbe fare la differenza.
Però questo tipo di intervento non è chiaramente di competenza di nessuno. Sta tra oncologia, psichiatria e neuroscienze.
Si sa, tutto ciò che sta tra le discipline, di solito, fatica a trovare spazio. Ma il paziente non è diviso in specialità, e ignorarlo sta iniziando a diventare un limite.

Per anni lo stress è stato trattato come qualcosa che accompagna la malattia.
Questo lavoro suggerisce una cosa diversa: forse è uno dei modi in cui la malattia si muove.

Il che apre una domanda che l'oncologia convenzionale non ha ancora deciso come affrontare: se lo stress è un driver biologico, come lo vogliamo trattare? Il cardiologo non ti manda via dicendoti che la pressione alta è solo un problema emotivo. L'oncologo, per ora, spesso sì.

La mente del paziente non è un dettaglio da gestire a margine del protocollo oncologico.
È già dentro il protocollo, che lo vogliamo o no.

Alla prossima! 😎

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