Tre sostanze, un solo studio

2C-B, MDMA e psilocibina nello stesso trial

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La ricerca psichedelica degli ultimi dieci anni ha seguito una grammatica abbastanza prevedibile: prendi una sostanza, assegnale una diagnosi, avvia il trial. Psilocibina per la depressione maggiore, MDMA per il PTSD, LSD per l’ansia. È una logica comprensibile, anzi necessaria, perché è quella che le agenzie regolatorie capiscono e che gli investitori finanziano. Se vuoi l'approvazione della FDA devi avere un'indicazione, e le indicazioni seguono il DSM.

Il problema è che questa grammatica dice poco su come questi composti funzionano davvero, su cosa li differenzia uno dall'altro, su quale sia più adatto a quale paziente e perché. Finché ogni sostanza vive nel suo silo sperimentale, con comparatori interni, non abbiamo modo di rispondere a queste domande. Abbiamo solo una serie di efficace separate, non confrontabili, costruite su popolazioni diverse con protocolli diversi.

Questo studio è raro proprio perché rompe quella logica: mette psilocibina, MDMA e 2C-B sullo stesso tavolo, negli stessi ventiquattro soggetti, nelle stesse condizioni. Il pretesto è caratterizzare il profilo del 2C-B, una feniletilamina sintetizzata da Shulgin nel 1974 con un'identità farmacologica ibrida e irrisolta. Ma il risultato è qualcosa di strutturalmente più utile.

La risposta sul profilo del 2C-B è: dipende dalla dose. Sbalorditivo.

A 10 mg succede poco, un lieve effetto soggettivo, quasi nessuna alterazione percettiva, praticamente niente. A 20 mg le cose si muovono: stati di coscienza alterati, senso di apertura verso gli altri, qualche distorsione visiva. A 30 mg si arriva a un'intensità complessiva paragonabile a 125 mg di MDMA, con effetti psilocibina-simili più marcati: alterazioni della visione, sinestesia audio-visiva, dissoluzione dell'ego più pronunciate che con l'MDMA, ma meno che con la psilocibina. Una via di mezzo insomma.

La cosa interessante non è solo dove il 2C-B atterra sulla mappa dell'intensità, ma come ci arriva e soprattutto come se ne va. Con la psilocibina, nello stesso campione, quasi un partecipante su cinque ha avuto effetti disturbanti significativi, e la sessione dura sei ore. Con il 2C-B a 30 mg: stessi livelli di effetti positivi, meno ansia, meno distress, e un'ora in meno. Separatamente questi sono dettagli. Insieme descrivono una sostanza che, almeno in persone sane, produce un'esperienza psichedelica intensa ma più gestibile, il che nella pratica clinica non è un vantaggio estetico ma un vincolo reale su chi puoi trattare e in quali contesti.

Sul versante empatico, il 2C-B a 30 mg e l'MDMA aumentano l'empatia emotiva esplicita verso stimoli positivi in modo analogo. La psilocibina, invece, riduce la capacità di riconoscere le emozioni degli altri, inclusa quella di identificare le facce spaventate. È un effetto già documentato per LSD e psilocibina, probabilmente legato alla ridotta reattività dell'amigdala che questi composti inducono. Il 2C-B non produce questo effetto in modo significativo: le persone rimangono più capaci di leggere gli stati emotivi altrui durante l'esperienza.

Un dettaglio farmacologico che merita attenzione: né il 2C-B né la psilocibina aumentano l'ossitocina circolante. Solo l'MDMA lo fa, e in modo robusto. Questo suggerisce che quando il 2C-B produce effetti empatogeni, non lo fa per la stessa strada biochimica dell'MDMA, il che è sia interessante per capire i meccanismi sia rilevante per chi stesse pensando di usarlo in contesti terapeutici che mirano specificamente a quel tipo di risposta interpersonale.

Lo studio non ha limitazioni banali da ignorare: sono tutti partecipanti sani, non pazienti, in un setting altamente controllato che non assomiglia a come funzionerebbe una terapia reale. Tutto ciò che riguarda efficacia clinica rimane da costruire. Il 2C-B è anche classificato come sostanza controllata in molti paesi, il che aggiunge strati regolatorie a qualsiasi percorso verso la ricerca clinica. E con 24 persone, per quanto ben disegnato, rimane uno studio esplorativo.

Il punto non è che il 2C-B sia pronto per il mercato terapeutico, è che finalmente abbiamo una fotografia farmacologica rigorosa, in doppio cieco, con comparatori reali alle dosi clinicamente rilevanti. Una base sulla quale costruire qualcosa.

Questo tipo di dato sarà indispensabile, prima o poi. Se la medicina psichedelica vuole diventare una disciplina clinica adulta e non solo un insieme di molecole ciascuna con la sua indicazione separata, dovrà prima o poi affrontare la domanda che ogni medico si pone davanti a un paziente reale: quale composto, a quale dose, per questa persona con questa storia clinica? La psilocibina per chi tollera l'intensità percettiva e cerca un'esperienza trasformativa profonda? L'MDMA per chi ha bisogno di riaprire la capacità relazionale in un contesto traumatico? Il 2C-B per chi ha un profilo cardiovascolare delicato e non può permettersi sei ore di sessione?

Sono domande che oggi non hanno risposta basata su evidenze, proprio perché gli studi comparativi quasi non esistono. Questo lavoro non le risponde, ma costruisce il tipo di infrastruttura conoscitiva da cui quelle risposte potranno eventualmente emergere. È metodologicamente noioso, è privo di annunci, non accelera nessuna approvazione regolatoria. Ma è esattamente il tipo di scienza di cui questo campo ha bisogno se vuole smettere di essere una promessa e diventare una pratica.

Io mi prendo qualche settimana di pausa.

Alla prossima! 😎