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Smettere di fumare con la psilocibina
Non è un consiglio medico, ma i numeri sono interessanti
Nella ricerca sugli psichedelici si parla continuamente di psicoterapia. Ma spesso in modo sorprendentemente vago, senza che sia chiaro quale tipo di intervento venga realmente utilizzato.
Questo nuovo studio sulla psilocibina per smettere di fumare è interessante proprio perché prova a uscire da questa ambiguità.

Si tratta di un trial clinico randomizzato pilota che confronta la psilocibina con uno dei trattamenti più utilizzati nella pratica clinica: il cerotto alla nicotina, una terapia sostitutiva.
Ma il punto centrale dello studio non è solo la sostanza. È il modo in cui è stata costruita la psicoterapia.
I ricercatori hanno arruolato 82 fumatori adulti e tutti i partecipanti hanno seguito lo stesso programma terapeutico: 13 settimane di terapia cognitivo-comportamentale (CBT) progettata specificamente per la cessazione del fumo.
Non un generico “supporto psicologico”.
Non un modello inventato per l’occasione.
Una psicoterapia manualizzata e evidence-based.
Il protocollo prevedeva un lavoro piuttosto strutturato.
Nelle prime settimane i partecipanti compilavano un diario quotidiano del fumo, riflettevano sui motivi personali per smettere e su quelli per continuare, analizzavano i costi sanitari ed economici del tabagismo e imparavano strategie pratiche per gestire craving e sintomi di astinenza.
Non era quindi solo una preparazione logistica alla sessione, si parla di un vero e proprio lavoro terapeutico.
La quinta settimana coincideva con la target quit date, la data stabilita per smettere di fumare.
Ed è qui che i due gruppi prendevano strade diverse.
Quaranta partecipanti hanno seguito il trattamento standard con cerotti alla nicotina per 8–10 settimane. Gli altri quarantadue hanno ricevuto una singola dose elevata di psilocibina (30 mg/70 kg - ciao Terence 😆) durante una sessione clinica supervisionata.
Il setting era quello ormai familiare nella ricerca psichedelica, per lo meno internazionale (citazione per veri intenditori, ehm ehm 🙃): stanza tranquilla, divano, mascherina sugli occhi, musica in cuffia, e due facilitatori presenti per tutta la durata dell’esperienza.
Ma soprattutto, la sessione non era un evento isolato. Era inserita dentro un percorso psicoterapeutico preciso, con preparazione nelle settimane precedenti e integrazione nelle sessioni successive.
A sei mesi dalla data stabilita per smettere di fumare, i risultati mostrano una differenza piuttosto netta.
Nel gruppo trattato con psilocibina, il 40,5% dei partecipanti risultava ancora astinente dal tabacco (con conferma biologica).
Nel gruppo trattato con cerotti alla nicotina, la percentuale era del 10%.
In altre parole, i partecipanti che avevano ricevuto psilocibina avevano circa sei volte più probabilità di mantenere l’astinenza prolungata.
Anche tra chi non era riuscito a smettere completamente, il gruppo psilocibina mostrava comunque una riduzione più marcata del numero di sigarette giornaliere rispetto al gruppo di controllo.
Naturalmente la domanda interessante non è solo se funzioni, ma come.
La psilocibina non agisce direttamente sui recettori della nicotina e non funziona come una terapia sostitutiva, non riduce direttamente il craving come fanno alcuni farmaci utilizzati nelle dipendenze.
Gli autori propongono invece un meccanismo diverso: l’effetto passerebbe attraverso cambiamenti psicologici di ordine superiore.
Molti partecipanti hanno riportato trasformazioni nel modo in cui percepivano se stessi, una sorta di ristrutturazione dell’identità legata al fumo. In altre parole, il cambiamento non riguardava solo il comportamento, ma il modo in cui la persona interpretava il proprio rapporto con la dipendenza.
Un altro elemento ricorrente è stato l’aumento della flessibilità psicologica: la capacità di uscire da schemi automatici e ripetitivi, che sono uno dei meccanismi centrali delle dipendenze.
Ed è probabilmente qui che sta il punto più interessante dello studio.
La psilocibina, da sola, non è una terapia.
Quello che emerge sempre più chiaramente è che può funzionare come un catalizzatore all’interno di un processo psicoterapeutico.
La terapia fornisce la struttura, il linguaggio e gli strumenti. L’esperienza psichedelica può aprire una finestra in cui quei processi diventano improvvisamente più accessibili.
Per questo lo studio di Johnson et al. è interessante anche da un punto di vista metodologico. Mostra che la ricerca psichedelica non deve necessariamente inventarsi modelli terapeutici completamente nuovi.
Si possono utilizzare psicoterapie già validate, studiare in modo rigoroso come funzionano, e osservare come l’esperienza psichedelica interagisce con esse.
Prima di chiudere, una piccola notizia personale che mi fa molto piacere condividere.