Nuovi dati sulla sicurezza dell'ibogaina

Quando il rischio non è uguale per tutti

Per anni l'ibogaina si è portata dietro un'etichetta difficile da scrollarsi di dosso: quella della sostanza che, ogni tanto, uccide.
Eppure qualcosa sta cambiando.
Negli Stati Uniti l'interesse istituzionale sta crescendo rapidamente e l'ibogaina sta iniziando a entrare nella ricerca clinica regolata. È proprio in questo momento che arriva questo nuovo studio (ancora in pre-print) che prova a capire se il rischio di mortalità sia davvero lo stesso per tutti.

Per farlo gli autori hanno raccolto i dati aggregati di 19.071 pazienti trattati in 11 cliniche internazionali che dichiarano di seguire le linee guida di sicurezza pubblicate nel 2016 (screening cardiaco, monitoraggio, correzione degli elettroliti ed esclusione dei pazienti ad alto rischio). A questi dati hanno affiancato una revisione sistematica aggiornata di tutti i decessi riportati in letteratura e nella stampa dal 1990 a oggi.

Il risultato è piuttosto impressionante.
Nelle 11 cliniche partecipanti ci sono stati 6 decessi entro 72 ore dalla somministrazione.
Tutti e 6 riguardavano pazienti in trattamento per un disturbo da uso di oppioidi.
Tra gli 8.689 pazienti trattati per altre indicazioni (PTSD, ansia, depressione e così via) non è stato registrato alcun decesso.

La revisione della letteratura racconta praticamente la stessa storia: 41 dei 44 decessi con indicazione clinica nota riguardavano pazienti con disturbo da uso di sostanze, prevalentemente durante la disintossicazione da oppioidi.

C'è anche un piccolo paradosso.
Storicamente l'ibogaina è diventata famosa proprio come trattamento per la dipendenza da oppioidi. È lì che è nato gran parte del suo utilizzo clinico e sono proprio questi pazienti quelli per cui esistono i dati più numerosi sull'efficacia.
Questo studio suggerisce però che potrebbe essere anche la popolazione in cui il trattamento è più rischioso. Non significa necessariamente che l'ibogaina abbia meno senso nella dipendenza da oppioidi. Significa che, probabilmente, è proprio lì che serviranno i protocolli di sicurezza più rigorosi.

Secondo gli autori, questa concentrazione del rischio potrebbe dipendere da diversi fattori: alterazioni degli elettroliti, instabilità del sistema nervoso autonomo e, soprattutto nell'era del fentanyl, la possibilità che il farmaco venga rilasciato lentamente dai tessuti proprio durante il trattamento. Se a questo si aggiunge che l'ibogaina prolunga il QT bloccando i canali hERG, il rischio di aritmie cardiache diventa biologicamente plausibile.

Ovvio che bisogna evitare di leggere questo lavoro con eccessivo entusiasmo, del tipo “l’ibogaina è quasi sempre sicura, tana libera tutti”.
Il tasso di mortalità osservato nelle cliniche partecipanti (0,03%) non rappresenta necessariamente il rischio reale. Le cliniche hanno aderito volontariamente allo studio, 5 delle 16 contattate non hanno partecipato e i decessi sono stati auto-riportati, senza una revisione indipendente. Gli stessi autori lo sottolineano esplicitamente e definiscono il loro dato un limite inferiore, non una stima definitiva della mortalità.

C'è poi un altro elemento che merita attenzione.
Joseph Barsuglia, uno degli autori, possiede partecipazioni in diverse aziende del settore psichedelico ed è consulente per altre. Diciamo che, se il settore va bene, non è esattamente uno spettatore disinteressato.
Viene spiegato che è stato creato un "firewall" per separarlo completamente dall'accesso ai dati e alle analisi statistiche. È una precauzione seria e sicuramente apprezzabile. Ma un conflitto di interessi dichiarato rimane comunque un conflitto di interessi, e vale la pena tenerlo presente quando si interpretano risultati di questo tipo.

Quello che mi porto a casa da questo studio è soprattutto un cambio di prospettiva. Per anni si è parlato dell'ibogaina come se il suo profilo di sicurezza fosse uguale per tutti. Qui viene suggerito invece che il rischio potrebbe dipendere molto dalla popolazione trattata e dal contesto clinico.

Non è ancora una risposta definitiva, ma è un'ipotesi che merita di essere verificata. E se verrà confermata, potrebbe avere conseguenze molto concrete su come verranno disegnati i prossimi trial clinici e, un domani, su come l'ibogaina verrà utilizzata nella pratica clinica.

Alla prossima! 😎