La voce del paziente

Traccia 4

Sono particolarmente felice di riportare in questa newsletter La voce del paziente, una rubrica a cui tengo molto. Credo che, accanto ai dati dei trial, alle revisioni sistematiche e alle linee guida, ci sia un'altra forma di conoscenza che merita spazio: quella di chi ha vissuto queste esperienze sulla propria pelle. Ogni storia è unica e non pretende di rappresentare quella di altri pazienti, ma può offrire uno sguardo che i numeri, da soli, non riescono a raccontare.

La testimonianza che segue è stata raccolta con la collaborazione di Costanza Ayni, fondatrice di Anima Healing Institute. Costanza è terapeuta somatica, practitioner di Internal Family Systems (IFS) e facilitatrice di percorsi esperienziali. Da oltre sedici anni si occupa di accompagnare persone in percorsi di preparazione e integrazione, oltre a svolgere attività di formazione per professionisti.

Più che come un caso clinico, preferisco presentare questa esperienza all'interno di un approccio che pone al centro la relazione, l'esperienza diretta e tradizioni che affondano le proprie radici ben oltre una prospettiva puramente clinica.

Luca è arrivato al mio studio dopo aver scoperto il mio lavoro online. Fin dai primi contatti ha descritto una storia di lunga data caratterizzata da persistenti pensieri ansiosi e depressivi, progressivamente peggiorati nel tempo e con un impatto significativo sulla qualità della vita.

Dopo un primo colloquio conoscitivo abbiamo avviato un percorso di screening approfondito. Fin dall'inizio ho ritenuto fondamentale lavorare in stretta collaborazione con lo psichiatra che aveva in carico il paziente, così da valutare insieme le implicazioni della terapia farmacologica in corso e l'eventuale possibilità di intraprendere questo percorso.

È iniziato quindi un lavoro condiviso durato circa otto mesi. Durante questo periodo Luca ha progressivamente sospeso la terapia farmacologica sotto la supervisione del proprio psichiatra, mentre io l'ho accompagnato attraverso incontri regolari di preparazione e sostegno durante una fase di transizione delicata sia sul piano clinico sia su quello personale.

Una volta completata la sospensione dei farmaci e trascorso un adeguato periodo di washout, abbiamo programmato una sessione individuale preceduta da un incontro dedicato alla preparazione. Nel corso della sessione Luca ha assunto 18 grammi di tartufi contenenti psilocibina.

L'esperienza è stata seguita da un incontro di integrazione e il nostro lavoro è proseguito nei mesi successivi attraverso colloqui terapeutici, pratiche somatiche e breathwork, accompagnando l'integrazione nella vita quotidiana degli insight emersi durante la sessione.

  1. Quali sono i cambiamenti più concreti che hai notato dopo l’esperienza? Anche piccoli: nei pensieri, nel corpo, nelle relazioni, nelle abitudini quotidiane...

Il primo cambiamento è stato nel corpo, non nella testa. Dopo la seduta mi sono sentito più leggero, come se mi fosse stato tolto un guscio che non sapevo di avere. Le emozioni hanno ricominciato ad arrivare nitide — la tenerezza, la gratitudine, ma anche la paura. La differenza è che adesso non scappo più da quello che sento.

Nei pensieri: ho smesso di identificarmi automaticamente con l'ansia. Prima, quando arrivava un pensiero catastrofico, io ero quel pensiero. Adesso riesco a vederlo arrivare come una nuvola. Non sempre riesco a lasciarlo andare, ma non sono più completamente fuso con lui.

Nelle relazioni: con mia moglie ho iniziato ad ascoltare in modo diverso. Invece di salire subito in testa — analizzare, giudicare, difendermi — ogni tanto riesco semplicemente a stare. Non è una rivoluzione romantica, è una qualità diversa di presenza.

Con i miei figli: li guardo con occhi diversi. Mio figlio grande gioca sul tappeto e io riconosco nel suo modo di vivere tutto con intensità lo stesso fuoco che avevo io da bambino. Prima guardavo quel bambino che ero con giudizio — troppo sensibile, troppo ansioso. Adesso sento rispetto.

Nelle abitudini: scrivo un diario ogni giorno. 

Ho introdotto micro-gesti che prima non facevo — tre respiri profondi prima di rispondere di impulso, la mano sul petto quando il cuore accelera, il coraggio di dire "adesso non riesco a parlarne" invece di tenere tutto dentro.

  1. C’è qualcosa che hai vissuto durante l’esperienza che ti accompagna ancora oggi? Un’immagine, una sensazione, un’intuizione, un modo diverso di sentire o guardare le cose…

Sì. Due cose.

La prima è una sensazione di unione totale con tutto ciò che mi circondava. Durante la seduta le foglie fuori dalla finestra si muovevano al ritmo del mio respiro. Non ero più "io" che guardavo la natura — ero la natura che respirava se stessa. Quella sensazione non è più tornata con quella intensità, ma ha lasciato una traccia: nei momenti buoni, durante una passeggiata nella natura o guardando i miei figli giocare, ogni tanto la risento. Come un eco lontano che mi ricorda che quella connessione esiste.

La seconda è il momento in cui ho attraversato la paura della morte. A un certo punto ho creduto di morire. "È la mia ora" ho pensato. Ma non sono scappato. Ho richiamato il respiro — quello che avevo praticato nei mesi precedenti — e la paura si è sciolta. Non morivo: mi stavo arrendendo alla vita. Da quel momento, il mio rapporto con la paura è cambiato. Non è sparita, ma ha perso il suo potere paralizzante.

  1. Se dovessi spiegare a qualcuno che non ha mai vissuto niente di simile in che modo quest’esperienza ti ha aiutato, cosa diresti? Senza tecnicismi, a parole tue.

Direi questo: per sedici anni ho preso antidepressivi e antipsicotici. Funzionavano, nel senso che abbassavano il volume. Ma abbassavano tutto — anche la gioia, la curiosità, la meraviglia. Ero stabile, ma spento. La psilocibina non ha cancellato i miei problemi. Non ha aggiustato il mondo e non ha reso perfetto il mio rapporto con mia moglie o con la mia famiglia. Quello che ha fatto è stato restituirmi una fiducia di base. Non la fiducia ingenua che "andrà tutto bene", ma quella più matura che dice: anche quando non andrà bene, qualcosa dentro di te saprà reggere l'urto.

Però — e questo ci tengo a dirlo — il grosso del lavoro viene dopo. La seduta apre una porta, ma è l'integrazione che fa la differenza. Scrivere, respirare, camminare, stare nelle relazioni con più verità, parlare con i professionisti che ti seguono. La psilocibina continua a lavorare nei mesi successivi, in modo sottile, come una goccia che scava la roccia. Ma quel lavoro lo devi fare tu, ogni giorno, nelle piccole cose. Non è l'esperienza straordinaria che ti cambia — è portare quella qualità di presenza dentro le cose ordinarie.

Credo che, dopo aver letto le parole di Luca ci sia davvero poco da aggiungere. Ed è probabilmente questo il motivo per cui continuo a voler dare spazio a questa rubrica.

Per chi fosse interessato ad approfondire il percorso personale di Luca Restino, è disponibile anche il suo libro Dal viaggio di Scampia a Trieste. Il viaggio della coscienza.

Lo ringrazio per aver scelto di condividere un pezzo della sua vita e grazie a Costanza per avermi aiutata a raccontarlo con il contesto che meritava.

Alla prossima! 😎