La psilocibina nell'anoressia nervosa

Uno studio che sposta l'attenzione dalla molecola alla terapia

Finalmente.

È stata la prima cosa che ho pensato quando ho visto pubblicato questo studio. Erano quasi due anni che aspettavo nuovi dati sulla psilocibina nell'anoressia nervosa e il gruppo dell'Imperial College di Londra li ha pubblicati.

L'anoressia è probabilmente una delle malattie psichiatriche più difficili da trattare. Non solo perché non esistono farmaci approvati o perché può diventare cronica, ma perché riesce a fare una cosa che poche altre malattie fanno: convince la persona che continuare a perdere peso significhi stare meglio. In altre parole, la malattia viene vissuta come un'alleata, non come un problema. È anche per questo che, nell'anoressia, riuscire anche solo a desiderare il cambiamento rappresenta già una parte della terapia.

Lo studio ha coinvolto 21 donne con anoressia nervosa resistente ai trattamenti, con una durata media della malattia di circa undici anni e un BMI medio di 16,4. Tutte hanno seguito lo stesso protocollo: tre sessioni di psilocibina nell'arco di sei settimane, la prima con 1 mg e le successive due con 25 mg, sempre accompagnate da preparazione e integrazione psicoterapeutica e senza interrompere il percorso di cura già in corso. Il follow-up è proseguito fino a dodici mesi.

La prima buona notizia riguarda la sicurezza. La terapia è stata ben tollerata e non sono emersi segnali di sicurezza inattesi durante le sessioni. Gli autori riportano anche due tentativi di suicidio avvenuti nella stessa paziente sette e nove mesi dopo la conclusione dello studio, giudicati non correlati al trattamento. Mi fa piacere vedere questo livello di trasparenza: quando si parla di sicurezza, anche i dati scomodi devono essere raccontati.

I risultati clinici sono incoraggianti. I sintomi dell'anoressia migliorano in modo significativo e, in molte partecipanti, il beneficio si mantiene anche a sei mesi. Ma il dato che mi ha colpita di più è un altro: migliora anche la motivazione al cambiamento. Può sembrare un dettaglio, invece è probabilmente uno degli aspetti più importanti dell'intero studio. Se una malattia ti convince che quello che stai facendo è giusto, riuscire anche solo ad aprire uno spiraglio verso l'idea di cambiare rappresenta già un passaggio enorme.

Naturalmente non è andata così per tutte. La risposta è stata molto eterogenea: alcune partecipanti hanno mostrato miglioramenti importanti e duraturi, altre molto meno. È uno dei motivi per cui questo lavoro va letto per quello che è: uno studio pilota promettente, ma ancora lontano dal dirci chi risponderà davvero alla terapia e chi no.

C'è però un risultato che non mi aspettavo. Confesso che, arrivata ai risultati, sono tornata indietro a controllare le figure perché ero convinta di essermi persa qualcosa. Mi aspettavo di vedere un salto evidente dopo le due sedute da 25 mg. Invece gli autori non trovano differenze significative attribuibili alla singola dose.

Attenzione però, perché qui è facilissimo prendere una strada sbagliata. Questo non significa che 1 mg di psilocibina funzioni nell'anoressia nervosa e, soprattutto, non significa che questo studio dimostri l'efficacia del microdosing. Tutte le partecipanti hanno seguito lo stesso identico percorso: una seduta da 1 mg seguita da due da 25 mg, intervallate da preparazione psicologica, esperienza e integrazione. Con un disegno di questo tipo è impossibile stabilire quanto del beneficio dipenda dalla dose di psilocibina e quanto dall'intero percorso terapeutico. Sono gli stessi autori a sottolinearlo, spiegando che serviranno studi randomizzati per rispondere a questa domanda.

Lo dico anche perché riesco già a immaginare qualche titolo online: Basta un microdosaggio di psilocibina per curare l'anoressia. No. Questo studio non dice affatto questo.

Anzi, c'è una riflessione che mi accompagna sempre più spesso leggendo i paper. Più la ricerca sulla terapia assistita con psichedelici va avanti, più mi sembra di ritrovare sempre lo stesso pattern. Continuiamo a cercare l'effetto della molecola, mentre gli studi raccontano puntualmente una storia più complessa. La molecola è solo una parte dell'intervento: c'è una preparazione, c'è l'esperienza, c'è l'integrazione e, soprattutto, c'è una persona. Separare tutti questi ingredienti è molto più difficile di quanto sembri.

Difficilmente questo lavoro cambierà la pratica clinica nel breve periodo. Però aggiunge un tassello importante a un'area della ricerca che, fino a poco tempo fa, era fatta quasi esclusivamente di ipotesi.

Alla prossima! 😎