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L'impronta neurale degli psichedelici
Il DMN in realtà non si spegne
Comunicazioni di servizio
Il prossimo 9 maggio sarò a Milano per il convegno:
La giornata è organizzata in collaborazione con la Cellula Coscioni Milano, SIPSSoP, Studio Aegle, Altra Psicologia e il patrocinio del Municipio 6 del Comune di Milano. Sono disponibili crediti ECM.
Ti aspetto!
Inoltre, ti ricordo che hai a disposizione uno sconto (codice SA10) sui biglietti di ICPR Conference.
Per dieci anni abbiamo raccontato la stessa storia.
Prendi uno psichedelico, il Default Mode Network (DMN) si spegne, l'ego si dissolve, e quello che resta dentro al cranio improvvisamente dialoga con l'universo. È una storia affascinante e regge più o meno da quando Robin Carhart-Harris la propose per la prima volta con la fMRI e una manciata di volontari sotto psilocibina.

In questo recente articolo pubblicato su Nature Medicine, un consorzio internazionale coordinato dalla McGill ha provato a fare ordine. Undici dataset di neuroimaging indipendenti, 267 partecipanti, più di cinquecento scansioni a riposo, cinque sostanze diverse (psilocibina, LSD, mescalina, DMT e ayahuasca). La domanda era semplice: esiste davvero un'impronta cerebrale comune agli psichedelici, o stiamo mettendo insieme cose diverse sotto la stessa etichetta?
Un'impronta c'è. E non è quella che abbiamo raccontato finora.
Il DMN non si spegne. Parla di più, e parla con chi prima non parlava. Aumenta la connettività con le reti frontoparietali (quelle del controllo cognitivo e dell'attenzione esecutiva) e soprattutto con le reti sensoriali, visive e somatosensoriali. Dentro ad alcune reti specifiche, invece, la connettività interna si riduce. Anche nei gangli della base e nel cervelletto si vedono cambiamenti coerenti tra le cinque sostanze. In pratica, reti cerebrali che di solito fanno finta di non conoscersi, sotto psichedelico si mettono a chiacchierare tutte insieme.
È una cornice diversa da "il DMN si spegne". Non la demolisce, ma la complica. Se il DMN aumenta la sua conversazione con i sistemi sensoriali, quello che sta succedendo non è una sospensione del sé. È una riscrittura momentanea del modo in cui il sé processa il mondo esterno. Detto così suona anche meno poetico e molto meno utile per i post motivazionali, ma è probabilmente più vicino a quello che sta succedendo davvero.
Prima di trasformare questa impronta in un nuovo pilastro narrativo, un paio di cose però da tenere d'occhio.
Primo, una mega-analisi su undici dataset raccolti in sette o otto anni da gruppi diversi, con scanner e dosi che non si parlano fra loro, è uno strumento potentissimo per tirare fuori segnali comuni, ma è anche una pentola a pressione per il confounding. Il prezzo di guardare tutto insieme è che stai mettendo sullo stesso piano esperimenti che non erano nati per essere confrontati.
Secondo, un'impronta cerebrale non è un esito clinico. Sapere che le reti si ristrutturano in un certo modo non ci dice ancora se quella ristrutturazione fa stare meglio un paziente depresso o un veterano con PTSD. La connessione la stiamo ancora costruendo, studio per studio, biomarcatore per biomarcatore.
Forse la cosa più onesta da fare, adesso, è cambiare il modo in cui parliamo di questa roba. Meno spegnimento del sé, più riorganizzazione del dialogo interno. La differenza sembra sottile, ma tiene insieme meglio quello che i pazienti raccontano e quello che i ricercatori misurano.
Alla prossima! 😎
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