Il DMT sfida la S-ketamina (e vince)

Un raro studio comparativo tra psichedelici

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Nella ricerca sugli psichedelici ci sono tantissimi studi contro placebo, qualcuno contro un placebo attivo, e pochissimi, quasi nessuno, in cui due sostanze si guardano in faccia e si sfidano a parità di condizioni. È un problema enorme, perché finché non sappiamo come si comportano gli psichedelici uno rispetto all'altro, non sappiamo davvero cosa stiamo scegliendo quando ne scegliamo uno. Stiamo navigando con mappe incomplete.

Questo studio brasiliano è una di quelle rare eccezioni: DMT contro S-ketamina, stesso modello animale, stesso protocollo, stessi timepoint. Non è la risposta definitiva, ma è il tipo di domanda che la ricerca dovrebbe fare molto più spesso.

Il modello usato è il learned helplessness nei topi: esponi l'animale a scosse elettriche da cui non può fuggire, finché smette di provarci anche quando la via d'uscita c'è. È un modo per indurre sperimentalmente quella rassegnazione acquisita che nella depressione umana si chiama, appunto, impotenza appresa. Poi dai il farmaco e vedi se il topo riprende a cercare una via d'uscita.

Una singola dose di DMT (10 mg/kg) ha invertito i comportamenti depressivi, in modo rapido, con effetti misurabili fino a otto giorni dopo la somministrazione. La S-ketamina ha fatto lo stesso, ma i suoi effetti si sono esauriti prima. Primo punto a favore del DMT.

Il secondo punto è ancora più interessante. Nel test del labirinto a croce rialzata, il DMT ha prodotto effetti ansiolitici significativi. La S-ketamina, invece, niente. Non è un dettaglio: depressione e ansia convivono nella stragrande maggioranza dei pazienti, e avere un composto che le affronta entrambe con una sola somministrazione è indubbiamente una grande vittoria per la psichiatria. Il DMT sembra essere il cavallo vincente.

C'è però una cosa che vale la pena mettere in evidenza, perché dice qualcosa di più grande dei dati stessi. Nel test classico della helplessness, il DMT e la S-ketamina hanno funzionato solo nei topi alloggiati in gruppo. In quelli isolati, l'effetto sul comportamento di fuga non si è visto. Gli autori lo spiegano con il social buffering: senza altri topini vicini, qualcosa nel meccanismo si inceppa. L'anedonia e la disperazione comportamentale migliorano comunque, ma quel pattern specifico di "smettila di arrenderti" richiede un contesto sociale per attivarsi.

Se stai già pensando alla terapia psichedelica assistita e a quanto il setting conti, stai pensando nel verso giusto.

Una cosa che lo studio non riesce a risolvere, e gli autori lo dicono chiaramente, è se le allucinazioni siano necessarie per l'effetto. Il DMT produce stati espansi di coscienza, lo si vede anche nei comportamenti dei topi subito dopo la somministrazione, ma l’head-twitch response, l'indicatore standard delle allucinazioni nei roditori, non è stato possibile misurarlo per problemi tecnici con le riprese. È un limite che pesa, proprio ora che mezzo settore sta costruendo farmaci senza trip scommettendo che l'esperienza non conti.

Gli altri limiti sono quelli abituali della preclinica: solo maschi (le femmine di questa specie non sviluppano facilmente il fenotipo helpless in queste condizioni, d’altronde si sa che noi donne siamo più resistenti eheh), gruppi piccoli ad alcuni timepoint, e tutto il solito abisso tra un topo brasiliano e un paziente con depressione resistente.

Ma il punto non è quello. Il punto è che studi come questo, in cui due sostanze vengono messe a confronto diretto su parametri misurabili, sono ancora troppo rari nella ricerca psichedelica. Abbiamo una letteratura ricchissima di “funziona vs. placebo” e quasi nulla che ci dica "funziona meglio di cosa, per chi, in quali condizioni." Finché non avremo quella letteratura, le scelte cliniche rimarranno più intuizione che evidenza.

Questo studio è un passo in quella direzione. Piccolo, preclinico, con tutti i suoi limiti. Ma nella direzione giusta.

Alla prossima! 😎

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