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Il benessere può diventare un endpoint clinico?

Cosa perdiamo quando misuriamo solo i sintomi

Questa settimana avevo parecchi articoli tra cui scegliere. Alcuni pieni di dati, numeri, risultati nuovi sulla psilocibina, quelli che di solito apro pensando che ci sia sicuramente qualcosa da raccontare.

Poi mi sono fermata su un articolo molto meno eclatante, che parte da un'osservazione semplicissima: in medicina siamo molto più bravi a misurare quanto una persona sta male che quanto sta bene.

Mi è rimasta in testa. Stare meno male.

Gran parte di quello che sappiamo sull'efficacia dei trattamenti in psichiatria passa attraverso scale costruite per misurare i sintomi. Quanto sei depresso, quanto sei ansioso, quanto dormi, quanto riesci a concentrarti, quanto interesse provi per le cose.
È inevitabile e serve.

Ma quando una terapia funziona, cosa ci aspettiamo esattamente che succeda?

Che quei numeri scendano, certamente. Ma probabilmente anche che una persona torni ad avere voglia di fare cose, che riesca a lavorare, che le sue relazioni cambino, che si senta più connessa agli altri, che trovi di nuovo qualcosa che le interessa. Magari persino che senta la propria vita più piena o più significativa.

Questo articolo propone per questo di portare il well-being molto più al centro dei trial clinici, invece di lasciarlo tra gli outcome secondari o esplorativi.

A sei settimane, sul principale endpoint scelto per misurare i sintomi depressivi, non emergeva una differenza significativa tra i due trattamenti. Ma altre misure raccontavano qualcosa in più. Benessere, funzionamento sociale e lavorativo e flourishing favorivano la psilocibina, anche se si trattava di outcome secondari ed esplorativi e quindi da interpretare con maggiore cautela.

Al follow-up di sei mesi, la riduzione dei sintomi depressivi continuava a essere simile, mentre nel gruppo psilocibina si mantenevano differenze nel funzionamento sociale e lavorativo, nella connessione e nel senso attribuito alla propria vita.

Non credo che questo dimostri che stiamo misurando le cose sbagliate. Mi sembra piuttosto un buon promemoria del fatto che ogni misura vede qualcosa e lascia fuori qualcos'altro.

Le scale che usiamo non nascono dal nulla: portano già dentro un'idea di cosa significhi stare meglio. Decidere cosa guardare, in un certo senso, è già decidere in parte cosa troveremo. E chi scrive quelle scale, nei trial clinici, nelle linee guida, nelle richieste che un'azienda presenta alla FDA, decide anche, senza dirlo troppo ad alta voce, cosa conterà come guarigione per tutti gli altri.
Quasi mai a deciderlo è la persona che quella terapia la vive sulla propria pelle. Più spesso è il clinico che compila la scala, o chi quella scala l'ha scritta molto prima che arrivasse in quella stanza.

Possiamo sapere con una certa precisione quanto è diminuito un sintomo. È molto più difficile mettere un numero su quanto una persona sia tornata a sentirsi dentro la propria vita. Potrebbe valer la pena almeno cominciare a provarci.

Alla prossima! 😎