Dal trial all'ambulatorio

Quando la ricerca incontra la pratica clinico

Ogni tanto la ricerca scientifica ha un problema di immagine.
I trial clinici sono un po' come le foto che scegliamo per LinkedIn: non raccontano una bugia, ma mostrano la versione più ordinata della realtà. Poi arriva la vita vera, spettina tutto e pretende comunque una risposta.

È questo, in fondo, il senso degli studi real-world. Non servono a dimostrare che una terapia funziona (quello dovrebbe averlo già fatto un trial ben progettato) ma a capire cosa succede quando quella terapia incontra pazienti veri, medici veri e decisioni che non stanno tutte dentro un protocollo.

Qui si inserisce questo nuovo studio dedicato all'utilizzo della psilocibina nella depressione resistente all'interno del programma svizzero di accesso medico limitato.

Lo studio ha coinvolto 19 pazienti con depressione resistente al trattamento, seguiti presso l'Ospedale Psichiatrico Universitario di Zurigo. Hanno ricevuto da una a quattro somministrazioni di psilocibina, accompagnate da colloqui di preparazione e integrazione.
Fin qui potrebbe sembrare l'ennesimo studio sulla psilocibina.

In realtà la parte interessante è un'altra.
Nei grandi trial randomizzati siamo abituati a protocolli molto rigorosi: stesso numero di sedute, criteri di inclusione ben definiti, procedure standardizzate. Qui, invece, il trattamento assomiglia molto di più a quello che succede in un ambulatorio.

Gli antidepressivi, ad esempio, nella maggior parte dei casi non sono stati sospesi definitivamente, ma gestiti caso per caso. Il numero di sessioni non era deciso in anticipo: dipendeva dall'andamento clinico del paziente. Anche la dose veniva scelta insieme, sulla base della risposta, della tollerabilità e delle preferenze della persona.
Insomma, meno Excel e più medicina.

I risultati mostrano una riduzione clinicamente significativa dei sintomi depressivi. I punteggi MADRS sono passati in media da 31 a 20 punti, mentre quelli del BDI da 32 a 23. Circa un terzo dei pazienti ha raggiunto una risposta clinica e circa un quarto la remissione, senza eventi avversi gravi documentati.
Questi numeri sono un po' più bassi rispetto ad alcuni studi controllati, ed è proprio qui che vale la pena fermarsi.

Verrebbe quasi spontaneo concludere che la psilocibina funzioni meno nel mondo reale. Ma sarebbe una lettura troppo semplice.
I pazienti di questo studio non sono necessariamente quelli che finiscono in un trial clinico. Molti avevano alle spalle anni di depressione, numerosi tentativi terapeutici falliti, altre diagnosi psichiatriche e terapie farmacologiche concomitanti. In altre parole: erano pazienti complessi. Cioè, se lavorate in salute mentale, semplicemente pazienti.
È una differenza importante, perché gli studi randomizzati e quelli real-world non stanno gareggiando tra loro. Rispondono a domande diverse: i primi cercano di capire se una terapia è efficace in condizioni il più possibile controllate; i secondi iniziano a chiedersi se quella stessa terapia riesce a mantenere un senso quando entra nella pratica clinica, dove le decisioni raramente seguono una linea retta.

Gli autori provano anche a esplorare un'altra domanda interessante: fare più sedute è utile?
La risposta, almeno per ora, è il più classico dei "dipende".
I dati sono troppo pochi per dire se tre o quattro sessioni offrano un vantaggio rispetto a una o due. Inoltre, i pazienti che hanno ricevuto ulteriori somministrazioni erano spesso quelli con una risposta incompleta o con una ricaduta. Sarebbe quindi un errore concludere che le sedute aggiuntive funzionino oppure no: semplicemente, questo studio non è in grado di rispondere con solidità a quella domanda.

C'è una cosa, però, che mi piace di questi lavori.
Negli ultimi anni abbiamo raccontato tantissimi studi che cercavano di capire se la psilocibina funzionasse.
Adesso iniziano ad arrivarne altri che provano a capire come usarla.
Può sembrare una differenza piccola ma in realtà è il passaggio che fanno tutte le terapie, prima o poi. Prima dimostrano di poter funzionare. Poi devono imparare a convivere con quella fastidiosa abitudine che hanno i pazienti di non leggere mai il protocollo e le statistiche dello studio prima di presentarsi in ambulatorio perché stanno male (davvero impertinenti 😁 ).

Alla prossima! 😎