Appunti sulla respirazione olotropica

Affidarsi ai processi

Lo scorso weekend ho partecipato a un ritiro di respirazione olotropica di Holotropic Italy. Gruppo di persone stupende, cibo incredibile, gatti morbidissimi, caminetto acceso, paesaggi familiari e dolci senza lattosio. Quasi tutto perfetto, a parte i dolori in ogni parte del corpo e l’assenza di caffè prima delle 7 del mattino.

Non tutte le esperienze utili hanno bisogno di essere spiegate per avere senso. Non perché manchino di profondità, ma perché operano a un livello diverso da quello del racconto. È più simile all’aprire una stanza che esiste da sempre, ma che raramente visitiamo. Non perché sia proibita o pericolosa, ma perché nella vita quotidiana non c’è spazio, tempo o linguaggio per starci dentro.

Il respiro, in questo senso, non è uno strumento narrativo. Crea le condizioni perché il sistema nervoso faccia quello che sa già fare: autoregolarsi, esprimere tensioni trattenute, portare in superficie materiale che spesso non è mai passato dalle parole. È come togliere il tappo a una bottiglia rimasta sotto pressione per anni: non si decide cosa uscirà, né in che forma, si smette semplicemente di trattenere.

Per questo la respirazione olotropica parla una lingua che precede il pensiero e il racconto. È un linguaggio corporeo, emotivo, a volte disordinato, poco elegante da osservare dall’esterno, ma autentico. È un'esperienza da attraversare, con la consapevolezza che l'intensità non è l'obiettivo e che ciò che emerge è sempre rilevante, anche quando è scomodo.

Se dovessi dirlo in modo molto semplice, la definirei come una sorta di reset senza istruzioni. Promette uno spazio sicuro in cui lasciar accadere qualcosa, affidando al corpo e al sistema emotivo il compito di scegliere cosa è pronto a muoversi in quel momento. Ed è forse proprio questa promessa a rendere la respirazione olotropica, oggi, così preziosa.

Questa tecnica entra nella storia degli stati espansi di coscienza in un momento molto preciso, quando la ricerca sugli psichedelici viene bruscamente interrotta dal proibizionismo. Piuttosto che come alternativa soft agli psichedelici, nasce come prosecuzione coerente dello stesso lavoro terapeutico iniziato da Stanislav Grof con l’LSD. Se non si può più lavorare con una sostanza, si lavora con ciò che resta, e ciò che resta, banalmente, è il corpo. E il respiro.

In fondo, non è così strano che il respiro diventi una leva centrale. È una delle poche funzioni che stanno esattamente a metà tra il volontario e l’involontario, tra ciò che possiamo controllare e ciò che, a un certo punto, ci sfugge di mano. È un ponte naturale tra corpo e stati di coscienza. Non introduce nulla dall’esterno, ma modifica profondamente il modo in cui l’esperienza viene vissuta dall’interno.

Quello che emerge in questi stati non segue una trama lineare. È materiale grezzo, spesso corporeo, che ha bisogno di essere accompagnato più che interpretato. Ed è qui che il parallelismo con gli psichedelici diventa particolarmente evidente: in entrambi i casi non si tratta di rivelazione, ma di processo. Non conta l'evento in sé, ma ciò che se ne fa dopo, come viene rielaborato e integrato nella vita quotidiana.

E proprio perché si tratta di processo, non di evento isolato, la differenza non la fa la tecnica in sé, ma chi tiene lo spazio. Per questo voglio ringraziare Alessandra, Michele, Marta e Wiktor per la cura, la competenza e la presenza con cui hanno accompagnato la nostra esperienza.

Se qualcuno fosse curioso di approfondire o conoscere i prossimi appuntamenti di Holotropic Italy, qui tutte le informazioni.

Alla prossima! 😎 

Caterina

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