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Quanto ne sanno davvero gli operatori sanitari italiani sugli psichedelici?
Una survey mostra il vuoto informativo
Qualche anno fa, un gruppo di psichiatri e psicoterapeuti italiani ha provato a rispondere a una domanda molto semplice: quanto ne sanno davvero gli operatori sanitari italiani di terapie psichedeliche? Ne è uscita una survey, condotta tra il 2020 e il 2021, che però non è mai stata pubblicata. I dati sono rimasti lì, fuori dai circuiti ufficiali, ma raccontano comunque qualcosa di interessante, ossia quanto poco sappiamo di queste sostanze in ambito clinico.
Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, con la partecipazione degli psichiatri psicoterapeuti Annalisa Pesce, Rossana Garofalo, Luigi Marone, Angelica Pasca, Marco Carfagno. La survey è stata somministrata online, in forma anonima, a 200 operatori sanitari: psichiatri, specializzandi in psichiatria, oncologi, specializzandi in oncologia, anestesisti, psicologi e psicoterapeuti. L’obiettivo era valutare il livello di informazione e l’accettabilità delle terapie psichedeliche. Un disegno semplice, trasversale, senza grandi ambizioni metodologiche: una fotografia di un momento preciso.
Ed è proprio questa fotografia che, a tratti, sorprende.
La psilocibina viene utilizzata a scopi terapeutici all’interno di setting psicoterapici. Ne hai mai sentito parlare? | No: 101 (50,5%) |
La psilocibina è legale in almeno uno stato europeo? | Falso: 64 (32%) |
La psilocibina è legale in alcuni stati degli Stati Uniti d’America? | Falso: 47 (23,5%) |
La psilocibina possiede un elevato potenziale di abuso. | Falso: 130 (65%) |
La psilocibina è utile nel trattamento dell’angoscia esistenziale in pazienti oncologici | Falso: 4 (2%) |
L’MDMA è utile nel trattamento del PTSD | Falso: 36 (18%) |
La Ketamina è utile nel trattamento della depressione maggiore resistente | Falso: 120 (60%) |
La psilocibina è utile nel trattamento dell’anoressia nervosa | Falso: 19 (9,5%) |
Ritiene di aver bisogno di ulteriori informazioni in tema di sostanze psichedeliche? | No: 10 (5%) |
Alla domanda se avessero mai sentito parlare della psilocibina utilizzata a scopi terapeutici all’interno di setting psicoterapici, il 50,5% del campione ha risposto di no. Metà degli operatori sanitari intervistati. Tra il 2020 e il 2021. In un periodo in cui la FDA aveva già attribuito da anni alla psilocibina lo status di breakthrough therapy per la depressione resistente, gli studi di Griffiths su pazienti oncologici terminali circolavano da tempo, e riviste come Nature pubblicavano lavori su neuroplasticità e Default Mode Network. Eppure, per metà del campione (psichiatri compresi) la psilocibina terapeutica era semplicemente un oggetto sconosciuto.
Il quadro diventa ancora più interessante quando si entra nel dettaglio delle conoscenze specifiche. Alla domanda sull’utilità della ketamina nel trattamento della depressione maggiore resistente, il 60% ha risposto che non è vero. Solo l’8% ha risposto correttamente, mentre il resto ha ammesso di non saperlo. Stiamo parlando di ketamina, una molecola che nel 2019 aveva già una formulazione approvata e disponibile in clinica, l’esketamina, e che da anni occupava un posto stabile nel dibattito psichiatrico internazionale. Eppure, sei persone su dieci pensavano che non funzionasse.
Sull’MDMA nel PTSD, almeno, emerge una maggiore onestà intellettuale: il 57% risponde “non saprei”, e solo il 25% indica correttamente che è efficace. Siamo negli anni centrali della fase 3 di MAPS, con dati preliminari già ampiamente discussi nella letteratura, ma più della metà del campione ammette di non avere informazioni sufficienti.
Ancora più marcata l’ignoranza (in senso letterale) sul fronte della psilocibina e dell’anoressia nervosa: il 73,5% risponde “non saprei”, e solo il 17% indica correttamente che esistono studi in corso. Un dato comprensibile, visto che la ricerca in questo ambito è ancora preliminare, ma che restituisce bene la distanza tra ciò che accade nei trial e ciò che arriva alla pratica clinica.
Curiosamente, le conoscenze legislative sembrano circolare meglio di quelle cliniche. Oltre il 76% sa che la psilocibina è legale in alcuni stati degli Stati Uniti, il 68% sa che è legale in almeno uno stato europeo. Evidentemente, le notizie su cosa è permesso e cosa no viaggiano più velocemente dei dati su efficacia e meccanismi d’azione.
Prima di leggere questi risultati in chiave catastrofica, però, è necessario fermarsi sui limiti dello studio. Il campione è tendenzialmente ridotto, con un forte sbilanciamento sugli specializzandi, che quindi non hanno ancora una preparazione clinica completa. Il reclutamento via social e mailing list universitarie introduce un evidente bias di auto-selezione: chi risponde a una survey sugli psichedelici probabilmente è già più curioso o interessato della media. Se questi sono i dati di chi ha deciso di partecipare, viene spontaneo chiedersi cosa pensasse (o sapesse) chi il questionario non l’ha nemmeno aperto 🤣 .
C’è poi un limite non secondario: sono dati di quattro-cinque anni fa. Da allora il panorama è cambiato: nuovi trial, maggiore esposizione mediatica, ma anche eventi chiacchierati come il mancato via libera della FDA a Lykos nel 2024. È possibile che oggi il livello di conoscenza sia diverso. O forse no.
Al netto di tutto questo, però, lo studio restituisce un’immagine piuttosto chiara di quel momento storico: mentre la psichedelia rientrava nel dibattito scientifico internazionale, l’Italia restava in gran parte ai margini. Il problema non è tanto che metà del campione non conoscesse la psilocibina terapeutica, quanto il fatto che operatori sanitari in formazione o già specializzati avessero informazioni errate o assenti su molecole già utilizzate in clinica, come la ketamina.
Un dato importante: il 95% dei partecipanti dichiara di voler saperne di più. Novantacinque per cento. Non disinteresse, non rifiuto, ma un vuoto informativo riconosciuto come tale. Un vuoto che non riguarda la motivazione individuale, ma l’assenza di percorsi formativi strutturati, di contesti istituzionali, di luoghi in cui queste informazioni possano essere trasmesse in modo rigoroso e basato sull’evidenza.
Dal 2020 a oggi qualcosa si è mosso anche in Italia. Sono nati corsi, webinar, tavole rotonde, reti informali e formali di professionisti. Ma la strada resta lunga. Questo studio, con tutti i suoi limiti, ricorda che sapere che gli psichedelici esistono è solo il punto di partenza.
Letto oggi, questo lavoro non va interpretato come una fotografia dell’ignoranza, ma come una fotografia di un sistema che in quel momento non forniva strumenti. Nel 2020–2021, la psichedelia clinica stava rientrando nel discorso scientifico internazionale, ma in Italia non era ancora diventata oggetto di formazione, confronto o aggiornamento strutturato. Le lacune emerse nella survey non sono quindi solo individuali, ma riflettono un problema più ampio, istituzionale e culturale.
Ed è forse proprio per questo che questi dati, pur non essendo mai passati dalla peer review, restano interessanti: perché mostrano il punto zero da cui si è iniziato a muoversi. Capire da dove si partiva è indispensabile per valutare dove si sta andando, soprattutto per evitare di scambiare i primi segnali di movimento per una reale maturità del campo.
Per chi desiderasse approfondire, fare domande o confrontarsi sui dati, è possibile contattare la Dott.ssa Annalisa Pesce all’indirizzo: [email protected].
Alla prossima! 😎
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