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Psilocibina fuori dai trial: cosa succede nel mondo reale?

I primi grandi dati dai servizi regolamentati di Oregon e Colorado

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Un nuovo studio ha raccolto i dati di 2.363 persone che hanno assunto psilocibina nei servizi regolamentati di Oregon e Colorado tra dicembre 2024 e marzo 2026. È un campione molto diverso da quelli a cui ci hanno abituato i trial clinici e ci permette di cominciare a vedere cosa succede quando la psilocibina viene utilizzata in condizioni più vicine al mondo reale.

Sulla carta, quindi, lo studio promette parecchio. Tra la promessa e mantenerla, però, ce ne corre.

Intanto è ancora un preprint e non è stato sottoposto a peer review. Poi, come vedremo, il dataset ha parecchi limiti, soprattutto quando si arriva al follow-up. Ma partiamo da quello che hanno fatto.

Le persone accedevano autonomamente ai servizi e non era necessaria una diagnosi psichiatrica. C'era chi cercava aiuto per depressione, ansia o trauma, ma anche chi indicava come motivazione principale la crescita personale, il benessere o l'esplorazione spirituale. La somministrazione avveniva comunque all'interno di un sistema regolamentato, con facilitatori autorizzati, prodotti controllati per purezza e potenza e procedure definite di preparazione, somministrazione e integrazione.

La dose media è stata di 28,8 mg di psilocibina, quindi non molto diversa dai 25 mg che siamo abituati a vedere negli studi clinici, anche se qui l'intervallo era enorme: da 1 a 95 mg (come sempre un caro saluto a Terence McKenna). Nel 40% delle sessioni è stata somministrata anche una seconda dose.

A due settimane dalla somministrazione, tra le persone per cui erano disponibili sia i dati iniziali sia quelli di follow-up, i sintomi depressivi misurati con PHQ-9 erano diminuiti in media del 49%, quelli ansiosi misurati con GAD-7 del 51%, mentre il benessere misurato con WHO-5 era aumentato del 22%. Circa il 62% aveva avuto una riduzione di almeno il 50% dei sintomi depressivi o ansiosi.

Letti così sono numeri impressionanti. Il follow-up, però, è probabilmente il limite più grosso dello studio. Dei 2.363 partecipanti iniziali, solo 138 avevano compilato il PHQ-9 sia prima sia dopo la somministrazione e 181 il GAD-7. Per il WHO-5 andava un po' meglio, con 600 persone. Non sappiamo se chi stava meglio fosse anche più propenso a rispondere, non c'è un gruppo di controllo e due settimane sono pochissime per capire quanto duri un eventuale beneficio.

Quel 49%, quindi, non significa che la psilocibina dimezzi i sintomi depressivi nel mondo reale. Possiamo dire che, nelle persone che hanno risposto al follow-up, il miglioramento osservato va nella stessa direzione di quello riportato negli studi clinici.

C'è poi un dato sulle dosi che vale la pena guardare. All'aumentare della quantità di psilocibina aumentava, come prevedibile, anche l'intensità dell'esperienza misurata con il Mystical Experience Questionnaire, almeno fino a circa 30 mg. Oltre quella soglia, dosi maggiori non erano associate a miglioramenti maggiori di depressione o ansia. Anche il rapporto tra intensità dell'esperienza mistica e miglioramento clinico era piuttosto debole.

Non è uno studio costruito per stabilire quale sia la dose ottimale e da questi dati non possiamo ricavare un rapporto causale. Però è un'osservazione da tenere a mente, soprattutto perché tendiamo ancora abbastanza facilmente a sovrapporre l'intensità dell'esperienza alla sua efficacia.

Sul fronte della sicurezza sono stati registrati 94 eventi avversi lievi, ma c’è anche un dato che merita un po' più di attenzione. Tra 103 persone che non riferivano ideazione suicidaria prima della somministrazione e per cui era disponibile il dato a due settimane, 11 la riferivano al follow-up. In 8 di queste il punteggio complessivo del PHQ-9 era rimasto invariato o era peggiorato. Sono numeri piccoli e non sappiamo cosa sia successo a queste persone, ma gli stessi autori sottolineano la necessità di sistemi di monitoraggio più robusti.

Nel dataset compare anche qualcosa che non dovrebbe esserci.

48 partecipanti assumevano antipsicotici, 2 assumevano litio e alcune persone riferivano una storia personale di psicosi. L'assunzione di antipsicotici costituisce un criterio di esclusione nei sistemi regolamentati di entrambi gli Stati e gli stessi autori osservano che alcune somministrazioni sembrano quindi essere avvenute in violazione delle regole previste. Diciamo che qualcuno deve aver interpretato il regolamento con una certa libertà.

Non sappiamo perché sia successo, quali valutazioni siano state fatte nei singoli casi o se si sia trattato semplicemente di errori nello screening. E naturalmente questi dati non dimostrano che sia sicuro somministrare psilocibina a persone che assumono antipsicotici o hanno una storia di psicosi. Nello studio non sono stati riportati nuovi episodi psicotici, ma i numeri sono troppo piccoli e il follow-up troppo limitato per ricavarne conclusioni rassicuranti.

Ed è probabilmente questo il punto su cui vale la pena fermarsi. I trial clinici sono costruiti per rispondere nel modo più affidabile possibile a domande precise. Ma molte delle domande che servono nella pratica quotidiana restano inevitabilmente fuori.

Cosa succede con i farmaci concomitanti? Quanto possiamo estendere i risultati a chi è stato sistematicamente escluso dagli studi? Quanto conta davvero la dose? Quanto conta l'intensità dell'esperienza? Come monitoriamo quello che succede dopo? E cosa facciamo quando le regole stabilite sulla base delle conoscenze disponibili si scontrano con situazioni che quelle conoscenze non avevano previsto?

Non sono difetti dei trial. Sono domande diverse. E questo studio ne apre parecchie, che qui ho lasciato volutamente da parte. Le ho riprese in un approfondimento di Oltre il sintomo, riservato agli abbonati di Studio Aegle, provando a ragionare su cosa succede quando l'evidenza incontra la pratica reale.

Alla prossima! 😎