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La psilocibina come potenziatore degli analgesici
E se la psilocibina facesse funzionare meglio altri farmaci?
Sono passate diverse settimane dall'ultima newsletter. In mezzo ci sono state ferie, un ritiro di meditazione vipassana e, purtroppo, una notizia che non avrei mai voluto ricevere.
Durante questa mia assenza è venuto a mancare Andrea Siclari. Ho avuto la fortuna di collaborare con lui più volte e ne sono grata. Una delle cose che mi porto dietro di Andrea è ciò che cerco di fare anche con Studio Aegle: ricordare che dietro i trial clinici, i dati e i numeri ci sono persone.
Vorrei mandare un abbraccio ai suoi figli. Forse oggi non possono ancora esserne pienamente consapevoli, ma spero che un giorno sappiano che hanno avuto come padre un uomo speciale, stimato e amato da tanti.
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Inoltre, vi invito a partecipare a questo sondaggio per un progetto con l’Università di Trento.

Oggi vorrei raccontarvi uno studio che ho trovato particolarmente interessante.
Negli ultimi anni abbiamo visto gli psichedelici proposti praticamente per qualsiasi cosa. Mancano giusto le piastrelle del bagno e poi credo di averle sentite tutte.
Questo lavoro, però, mi ha colpito perché prova a rispondere a una domanda diversa dal solito.

Quando si parla di dolore cronico, infatti, la domanda è quasi sempre la stessa: possono gli psichedelici funzionare come analgesici? Askey et al., con la partecipazione di alcuni ricercatori di Compass Pathways, prova però a cambiare prospettiva. E se gli psichedelici non sostituissero i farmaci che già usiamo, ma permettessero loro di funzionare meglio?
I ricercatori hanno utilizzato un modello murino di dolore neuropatico cronico, una condizione notoriamente difficile da trattare e per la quale uno dei farmaci più prescritti è il gabapentin. Un trattamento che, però, non funziona in tutti i pazienti e che spesso perde efficacia o è limitato dagli effetti collaterali. Circa il 30-50% delle persone con dolore neuropatico non ottiene un beneficio sufficiente dalla monoterapia con gabapentin.
Una singola somministrazione di psilocibina ha ridotto l'ipersensibilità al dolore nei topi per diverse settimane. Nei maschi l'effetto è durato fino a circa un mese, mentre nelle femmine è apparso più breve, anche se gli autori sottolineano che serviranno ulteriori studi per capire meglio eventuali differenze tra i sessi.
Interessante anche il fatto che dosi più basse, somministrate ripetutamente una volta a settimana per tre settimane, abbiano amplificato e prolungato ulteriormente questo effetto.
Ma la parte che mi ha colpito di più arriva dopo.
I ricercatori hanno somministrato gabapentin quando l'effetto diretto della psilocibina era ormai scomparso. Cinquantacinque giorni dopo la dose di psilocibina, i topi trattati in precedenza con lo psichedelico mostravano una risposta al gabapentin molto più intensa e prolungata rispetto ai controlli. L'analgesia si manteneva fino a 96 ore, suggerendo che qualcosa nei circuiti del dolore fosse cambiato in maniera persistente.
Gli autori ipotizzano che la psilocibina possa agire come una sorta di "ristrutturatore di reti", modificando nel lungo termine i circuiti coinvolti nel dolore cronico e creando un ambiente biologico in cui farmaci tradizionali come il gabapentin riescono a funzionare meglio. Non si tratterebbe quindi di una semplice interazione farmacologica, ma di un cambiamento più profondo legato alla neuroplasticità.
Un altro dato interessante è che la psilocibina non è riuscita a prevenire l'insorgenza del dolore quando somministrata prima della lesione nervosa. In altre parole, sembra funzionare non impedendo che il problema si sviluppi, ma intervenendo quando le reti patologiche si sono già consolidate.
Naturalmente siamo ancora nel mondo dei topi e la strada verso l'applicazione clinica è lunga. Non è nemmeno detto che questi risultati si traducano nell'uomo. Però trovo affascinante il cambio di prospettiva.
Forse il futuro del dolore cronico non passerà necessariamente dalla ricerca dell'ennesima molecola rivoluzionaria. Forse, almeno in alcuni casi, potrebbe consistere nel rendere di nuovo utili farmaci che già conosciamo, aiutando il cervello a uscire da configurazioni patologiche ormai diventate troppo rigide.
E chissà che questo concetto di "primer di rete" non possa estendersi anche ad altri farmaci, come oppioidi, duloxetina o amitriptilina, come suggeriscono gli stessi autori.
Per ora rimane un'ipotesi. Ma è una di quelle ipotesi che meritano di essere seguite da vicino.
Alla prossima! 😎